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Biomarcatori tumorali: sono fondamentali nella diagnosi precoce?

di Dott. Oreste Di Mattei Di Matteo 14 Aprile 2026

Biomarcatori tumorali: sono fondamentali nella diagnosi precoce?
Biomarcatori tumorali: sono fondamentali nella diagnosi precoce?

I biomarcatori tumorali sono caratteristiche misurabili, molecole, cellule o firme genetiche/epigenetiche, utili per diagnosticare, stratificare il rischio, prevedere la risposta ai trattamenti e monitorare l’andamento della malattia. Possono essere ricercati nel tessuto tumorale o in fluidi biologici (sangue, urine, saliva) attraverso test validati (immunoassay, PCR, NGS) e, sempre più spesso, tramite liquidbiopsy basata su DNA tumorale circolante (ctDNA). Non esiste un marcatore universale: la loro efficacia dipende da sensibilità, specificità e contesto clinico, all’interno di percorsi diagnostico-terapeutici multidisciplinari.

Indice


Introduzione


L’oncologia di precisione ha spostato il baricentro dalla sede del tumore al suo genoma. Alterazioni come EGFR, ALK, BRAF, lo stato di HER2 o PD-L1, MSI-H/dMMR e il TMB orientano terapie con miglior rapporto beneficio/rischio. I marcatori sierici “classici” (CEA, CA-125, CA19-9, AFP, PSA) restano soprattutto strumenti di monitoraggio e, in setting selezionati, di supporto diagnostico o di stadiazione.

La diffusione dei test ematici, dal ctDNA alle firme di metilazione, consente valutazioni ripetute, meno invasive e più aderenti all’eterogeneità e all’evoluzione clonale nel tempo. In un’ottica di prevenzione e longevità consapevole, i biomarcatori servono ad anticipare le traiettorie di malattia, migliorare l’appropriatezza delle cure e ridurre procedure inutili.

La regola è semplice: non “testare tutto a tutti”. Ogni esame va scelto e interpretato in base al quesito clinico, alla probabilità pre-test e alla qualità del metodo, dentro un percorso multidisciplinare. Solo così un risultato di laboratorio diventa un’informazione che cambia la cura.

Cos’è un biomarcatore tumorale


Per biomarcatore tumorale si intende una caratteristica oggettivamente misurabile che segnala un processo patologico, la sua evoluzione o la risposta a un intervento terapeutico. In oncologia clinica si distinguono:
  • Diagnostici: contribuiscono all’identificazione del tumore o della sua origine (es. profili immunoistochimici, firme di metilazione).
  • Prognostici: indicano l’andamento della malattia e correlano con l’esito clinico indipendentemente dal trattamento (ad esempio, il livello di LDH nei tumori germinali).
  • Predittivi: anticipano la probabilità di risposta o resistenza a una terapia (es. HER2 per anti-HER2; KRAS mutato come controindicazione agli anti-EGFR nel colon-retto).
  • Di monitoraggio: seguono l’andamento della malattia sotto terapia e nel follow-up (es. CEA nel colon-retto, CA-125 nell’ovaio).
  • Di malattia minima residua (MRD): rilevano tracce molecolari post-terapia potenzialmente predittive di recidiva (es. ctDNA).
La matrice di campionamento può essere tessuto (biopsia/pezzo operatorio) o fluidi (sangue, urine, saliva, liquor). Le classi includono proteine (PSA, CEA), acidi nucleici (mutazioni, riarrangiamenti), pattern epigenetici (metilazione), cellule tumorali circolanti e vescicole extracellulari. La reale utilità dipende dalla qualità del test, dalla prevalenza della condizione e dalla capacità del risultato di cambiare una decisione clinica.

Meccanismi: come funzionano e cosa misurano


Le cellule neoplastiche producono e rilasciano nel microambiente e nel circolo sistemico molecole e frammenti di acidi nucleici attraverso necrosi, apoptosi, secrezione attiva o esasperazione del turnover cellulare. Questi segnali possono essere misurati:
  • Proteine: aumentano in rapporto al carico tumorale o alla secrezione (es. CEA, CA-125, AFP).
  • ctDNA (cell-free tumor DNA): piccoli frammenti di DNA che riflettono il genoma del tumore, con mutazioni puntiformi, riarrangiamenti, CNVe firme di metilazione. La quantità di ctDNA si correla grossolanamente con la massa di malattia e tende a ridursi con terapie efficaci.
  • Cellule tumorali circolanti (CTC) e esosomi: offrono informazioni funzionali e potenzialmente utili per studi di farmacoresistenza.
  • Espressione proteica tissutale e amplificazioni (IHC/ISH): indicano pathway attivi o bersagli terapeutici (PD-L1, HER2).
La performance di un biomarcatore si valuta con sensibilità e specificità, ma in clinica contano soprattutto i valori predittivi (PPV/NPV), che dipendono dalla prevalenza. Un test con ottime caratteristiche analitiche può essere clinicamente fuorviante se usato in popolazioni a bassa probabilità pre-test. Infine, la validità clinica (quanto il marker correla con un risultato rilevante) deve tradursi in utilità clinica: il suo uso migliora davvero sopravvivenza, qualità di vita o riduce interventi inutili?

Tipologie e quando usarle


Marcatori proteici sierici


Sono accessibili e poco invasivi. Validi nel monitoraggio e, in setting selezionati, nella stadiazione: CEA (colon-retto), CA-125 (ovaio), CA19-9 (pancreas/vie biliari), AFP (epatocarcinoma/germinali), PSA (prostata), Tg/Calcitonina (tiroide). Criticità frequenti: scarsa specificità (falsi positivi in stati infiammatori o benigni), scarsa sensibilità in stadi precoci, variabilità inter-metodica. Per questo non sono raccomandati per screening nella popolazione generale, con l’eccezione “condizionata” del PSA secondo età e preferenze condivise.

Marcatori tissutali “companion”


Identificano pazienti candidabili a terapie mirate o immunoterapie. Esempi: HER2 (IHC/ISH) per anti-HER2; PD-L1 (TPS/CPS) per anti-PD-1/PD-L1 in vari istotipi; MSI-H/dMMR e TMB-high come indicatori tumor-agnostic per immunoterapia; EGFR/ALK/ROS1/BRAF/MET/RET/KRAS nel carcinoma polmonare non a piccole cellule per gli inibitori specifici. Qui contano molto standard di pre-analitica (fissazione, tempi, tipo di campione) e algoritmi di scoring validati.

Pannelli genomici su tessuto o plasma (PCR/NGS/dPCR)


Consentono un profilo ampio e sono utili quando il sospetto di alterazioni azionabili è alto o quando il tessuto è limitato. La scelta tra NGS (ampiezza) e test mirati (rapidità, sensibilità) dipende dal contesto clinico, dal turnaround e dalla possibilità di impatto terapeutico.

Firme epigenetiche e metaboliche


Le firme di metilazione del cfDNA alimentano i test di rilevazione multi-tumore (MCED): promettenti per la diagnosi precoce, ma in attesa di prove di riduzione della mortalità e di migliore sensibilità negli stadi iniziali. Oggi hanno un ruolo esplorativo o di ricerca.

Liquid biopsy (biopsia liquida) e malattia minima residua (MRD)


La liquidbiopsy misura alterazioni tumorali nel sangue periferico, principalmente attraverso il ctDNA. I vantaggi pratici sono molteplici: riduce i rischi della biopsia tissutale, permette ripetizioni ravvicinate, intercetta l’eterogeneità inter- e intra-lesionale e rileva meccanismi di resistenza emergenti (per esempio EGFR T790M dopo inibitori di prima/seconda generazione). In clinica quotidiana risulta utile quando il tessuto è insufficiente o inaccessibile e per integrare il monitoraggio molecolare alla progressione.

Il capitolo più discusso è la MRD: dopo chirurgia o terapia radicale, la presenza di ctDNA circolante può segnalare malattia residua prima dell’evidenza radiologica, con forte valore prognostico. Tuttavia, l’impiego decisionale (escalation/de-escalation di trattamenti sulla base della positività/negatività del ctDNA) richiede trial che dimostrino un beneficio clinico in sopravvivenza o qualità di vita. Per ora, molte società scientifiche mantengono una posizione prudente fuori dai protocolli di studio, soprattutto per il rischio di interventi inutili o ritardati in assenza di endpoint duri.

Aspetti pratici da considerare:
  • Tempi di prelievo: troppo precoci post-operatorio aumentano il rumore dovuto al DNA libero non tumorale.
  • Limite di rilevazione: dipende da metodologia e volume di plasma; l’assenza di segnale non esclude micrometastasi sotto soglia.
  • Test “tumor-informed” vs “tumor-naïve”: i primi partono dal profilo del tumore del singolo paziente (maggiore sensibilità), i secondi usano pannelli predefiniti (più agili, potenzialmente meno sensibili).

Protocolli pratici: screening, follow-up e decisioni terapeutiche


Screening e diagnosi precoce


Nessun marcatore sierico singolo è raccomandato per lo screening di massa.
  • PSA (prostata): tra 55–69 anni la decisione è condivisa con il medico dopo informazione su benefici e rischi; non si raccomanda screening routinario ≥70 anni per rischio di sovradiagnosi/sovratrattamento.
  • CA-125 (ovaio): non raccomandato nello screening a rischio medio; utile come supporto diagnostico e nel follow-up delle pazienti trattate.
  • MCED: ad oggi nessuna indicazione per programmi di popolazione; in corso studi randomizzati.

Follow-up e monitoraggio


  • Colon-retto: CEA a intervalli regolari nei primi anni post-trattamento può aiutare a intercettare recidive curabili, integrato con imaging e visita.
  • Tumori germinali: AFP, β-hCG, LDH sono cardini di stadiazione, prognosi e sorveglianza.
  • Tiroide: Tireoglobulina (differenziati) e calcitonina (midollare) per malattia residua/recidiva, in contesti specifici e con metodiche standardizzate.

Decisioni terapeutiche (oncologia di precisione)


  • Carcinoma polmonare non a piccole cellule: test multipli (EGFR, ALK, ROS1, BRAF, MET, RET, KRAS) su tessuto o plasma guidano gli inibitori a bersaglio. Alla progressione, la liquidbiopsy può identificare resistenze utili per il re-indirizzo terapeutico.
  • Immunoterapia: PD-L1 (TPS/CPS) seleziona candidati a anti-PD-1/PD-L1; MSI-H/dMMR e TMB-high abilitano indicazioni tumor-agnostic in setting pre-trattati.
  • HER2 nel carcinoma mammario: standardizzazione IHC/ISH e categorie operative (incluso il tema “HER2-low”) orientano l’uso di anticorpi coniugati e altre strategie mirate.
Per una corretta applicazione clinica, serve condivisione multidisciplinare (oncologo, anatomopatologo, biologo molecolare, radiologo, medico di medicina generale) e la verifica di criteri di accreditamento del laboratorio, soglie di positività e reporting strutturato.

Limiti, rischi e corretta interpretazione


  • Falsi positivi/negativi: molti marker aumentano in condizioni non neoplastiche (es. CA-125 in endometriosi, PSA in prostatiti/ipertrofia), mentre i tumori iniziali possono non secernere quantità misurabili.
  • Bias di screening: lead-time e length-time possono simulare benefici inesistenti sulla mortalità; da qui la cautela su PSA oltre i 70 anni e sul CA-125 in popolazione generale.
  • Variabilità pre-analitica/analitica: tipo di campione, tempi di conservazione, metodi (IHC vs ISH; NGS vs dPCR) e algoritmi diversi (TPS vs CPS per PD-L1) influenzano il risultato.
  • Utilità clinica non sempre dimostrata: MRD su ctDNA e test MCED hanno valore prognostico, ma la capacità di cambiare gli esiti è in fase di prova.
  • Costi, accesso ed equità: pannelli complessi e test avanzati possono non essere rimborsati; la priorità va ai test che modificano la cura.

Cosa ricordare su biomarcatori tumorali


  • Non esiste un marcatore unico per tutte le funzioni: scegliere il test giusto per diagnosi, prognosi, predizione o monitoraggio.
  • I companiondiagnostics (PD-L1, HER2, MSI/TMB e driver genomici) guidano terapie mirate o immunoterapie e sono standard di cura.
  • I marcatori sierici “classici” sono utili soprattutto nel follow-up; non sono adatti allo screening di popolazione.
  • La liquidbiopsy integra (non sostituisce) il tessuto; MRD e MCED sono promettenti ma richiedono ulteriori prove di utilità clinica.
  • Interpretazione sempre multidisciplinare, con attenzione a pre-analitica, soglie e contesto del paziente.

FAQ – Domande frequenti sui biomarcatori tumorali


Un biomarcatore prognostico è diverso da uno predittivo?


Sì. Il prognostico indica l’andamento atteso a prescindere dalla terapia; il predittivo stima la probabilità di beneficio o resistenza a un trattamento specifico.

Il CA-125 è utile come test di screening per il tumore dell’ovaio?


No, nelle donne a rischio medio non è raccomandato per lo screening. È utile come supporto diagnostico e per il follow-up delle pazienti trattate.

Devo fare il PSA ogni anno?


Dipende da età e preferenze. Tra 55–69 anni la scelta va condivisa con il medico informando su benefici e rischi. Oltre i 70 anni lo screening routinario non è consigliato.

La liquidbiopsy sostituisce la biopsia tissutale?


No: è complementare. È utile quando il tessuto è insufficiente o per monitorare resistenze; per la MRD l’uso di routine è ancora in valutazione.

I test MCED stanno per diventare lo standard di prevenzione?


Non ancora. Servono studi randomizzati che dimostrino riduzione della mortalità e migliore performance negli stadi iniziali prima di un’adozione su larga scala.

Fonti


  • National Cancer Institute (NCI). Tumor Markers: Fact Sheet & List of Common Tests. Aggiornamenti 2023–2024. https://www.cancer.gov/about-cancer/diagnosis-staging/diagnosis/tumor-markers-fact-sheet
  • Pascual, J. et al. ESMO recommendations on the use of circulating tumour DNA assays for patients with cancer: a report from the ESMO Precision Medicine Working Group. Annals of Oncology, Volume 33, Issue 8, 750 - 768
  • S. Preventive Services Task Force (USPSTF).Prostate Cancer Screening (PSA). 2018, aggiornamenti correlati. https://www.uspreventiveservicestaskforce.org/uspstf/recommendation/prostate-cancer-screening
  • Prostate Cancer—Screening & Informed Decision. 2024–2025.https://www.cdc.gov/prostate-cancer/screening/get-screened.html
  • ASCO/CAP. HER2 Testing in Breast Cancer—Guideline Update 2023 (algoritmi operativi). Documenti CAP e J ClinOncolHER2 Breast Cancer Testing Guideline Update Algorithms
 

Dott. Di Mattei Di Matteo Oreste

Sant’Egidio alla Vibrata (TE)


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